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13.11.2003, 14:13
Ellery Queen
Quei fascisti uccisi dopo il 25 aprile
di Simonetta Fiori
E' una pagina orrenda della storia italiana del Novecento. Storie di
impiccati e traditori, di stupri e torture, di fucilazioni di massa ed
efferatezze gratuite, di cadaveri irrisi e violati, della furia vendicativa
che travolse il Nord d'Italia alla fine della guerra. Storie laceranti e
dolorose, perché nelle vesti di aguzzini e seviziatori, tra il maggio del
1945 e la fine del 1946 (talvolta anche più in là), s' incontrano alcuni dei
partigiani che avevano liberato il paese da nazisti e fascisti. E tra le
vittime, ritratte nella luce livida della morte, uomini della Guardia
Nazionale Repubblicana, brigatisti neri, federali di Salò, ma anche
farmacisti, avvocati, artigiani, commercianti, operai, casalinghe, maestre
elementari, affittacamere, talvolta condannati alla forca soltanto per una
tessera del Partito fascista repubblicano. Per quasi sessant' anni questa
vicenda è rimasta avvolta in un velo di reticenze e di silenzi imbarazzati.
La racconta ora, con la passione storiografica degli esordi e la limpidezza
del narratore sapiente, Giampaolo Pansa, in un libro - Il sangue dei vinti
(Sperling & Kupfer, pagg. 382, euro 17, dal 14 ottobre in libreria) - che
susciterà polemiche non lievi.
"Dopo tante pagine scritte, anche da me, sulla Resistenza e sulle atrocità
compiute dai tedeschi e dai repubblichini, mi è sembrato giusto far vedere
l'altra faccia della medaglia. Ossia quel che accadde ai fascisti dopo il
crollo della Repubblica sociale italiana".
Il risultato è un viaggio attraverso l'orrore compiuto dall'autore insieme a
Livia, una bibliotecaria quarantenne che è l'unico personaggio inventato del
racconto. Meticolosa e sconvolgente è la mappa dei crimini. Scuole e ville
trasformate in luoghi di tortura. Uomini gettati vivi nei forni delle
acciaierie. Fiumi gonfi di cadaveri sfigurati. Un'intera colonna di
soldati - la "Morsero" - esposta al linciaggio popolare, esecuzioni di massa
sul Piave, assalti furibondi alle carceri, donne stuprate e poi finite con
una pallottola.
A Milano, Torino, in tanta parte della Liguria, nel Veneto, in Emilia. E
tanto più feroce era stata l'occupazione nazifascista, quanto più furiosa
esplode la vendetta. Soltanto alla fine di questo viaggio scopriremo che
Livia è figlia d'un ex partigiano della Volante Rossa (la squadra che nel
dopoguerra a Milano seminò terrore tra gli ex repubblichini) e con quel
controverso passato vuol fare i conti.
Lei, Pansa, perché ha voluto aprire una pagina così spinosa?
"Avevo diciannove anni quando cominciai a studiare la storia della
Resistenza. A quella straordinaria vicenda civile ho dedicato con slancio la
mia tesi di laurea, avviata con Alessandro Galante Garrone e conclusa con
Guido Quazza, i miei maestri. Da allora ho continuato a scriverne, con una
curiosità mai soddisfatta: ma cosa è realmente accaduto alla fine della
guerra? Nessuno mi ha mai dato una risposta. Non gli accademici, per cui la
storia si concludeva con il 25 aprile. Né la storiografia di sinistra, che
per opportunismo partitico o faziosità ideologica ha quasi sempre ignorato
quegli avvenimenti. A sessantasette anni mi sono detto: ma perché non
provare a raccontare il 'dopo 25 aprile'?".
Nessun disagio nel confrontarsi con una materia così incandescente?
"No, perché dovrei? Sono un ex ragazzo di sinistra, ho un pedigree
antifascista, l'eroe per antonomasia è il partigiano che liberò la mia
città, Casale Monferrato. Ma ho sempre saputo che la guerra civile è una
scuola terribile per tutti. Ti abitua alla violenza disumana. Chi sostiene
che soltanto una parte s' è macchiata di pratiche bestiali sa di dichiarare
il falso. Quello schifo l'abbiamo visto in entrambi i campi e io ho voluto
raccontare quel che è accaduto nel mio campo".
Claudio Pavone, che per primo ha sdoganato a sinistra il termine di "guerra
civile", scrive che crudeli e sadici furono presenti nelle due parti in
lotta (in numero senza confronti superiore tra i repubblichini) e tuttavia
ciò che differenzia i due fronti è la diversa struttura culturale di fondo,
più adatta nel caso dei fascisti a selezionare crudeltà e sadismo.
"Ma ciò che sconvolge, nei mesi successivi al 25 aprile, è l'indistinta
caccia al fascista, che poteva essere un criminale di guerra, o soltanto un
tesserato del Pfr, oppure niente di niente. La morte come una falce
impazzita, che non distingue l'erba buona da quella cattiva. Famiglie intere
spedite sottoterra, per un semplice sospetto. Complessivamente furono oltre
ventimila le persone, tra militari e civili, che rimasero travolte dalla
resa dei conti e dagli omicidi politici. Desaparecidos d' una guerra
brutale".
Come spiega tanta violenza?
"Intanto fu una reazione istintiva alla spietatezza degli occupatori nazisti
e dei fascisti collaborazionisti. Non a caso tanto più feroce era stata
l'azione di tedeschi e repubblichini, quanto più cruenta fu la ribellione.
Senza contare le vendette personali: dietro molte esecuzioni, c' era una
resa dei conti privata".
Lei scrive che dietro questa furia violenta agiva anche un'illusione.
"Era diffusa la convinzione che più fascisti venivano accoppati, minore
sarebbe stata la possibilità di rinascita del fascismo. Un'illusione
fallace".
Oggi gli eredi di quella storia sono al governo.
"Sì, è così. Anche se Fini non può essere inchiodato al suo passato
fascista, così come Fassino non può essere impiccato alle sue radici
comuniste".
Furono numerosi allora i giustizieri improvvisati.
"Spuntarono ovunque tantissimi partigiani finti. Ci sono le testimonianze di
Italo Pietra e del socialista Gianni Baldi: scendevano in campo gli
antifascisti dell'ultim' ora, decisi a mettersi in bella vista in soccorso
del vincitore".
Su quali fonti storiografiche ha lavorato?
"Ho dovuto camminare sulle sabbie mobili di fatti lontani, che spesso hanno
lasciato poche tracce. Mi ha soccorso una vasta memorialistica di parte -
disseminata presso sigle editoriali minori, quasi invisibili - oltre che i
censimenti dei caduti della Rsi, mentre nell'ambito della letteratura di
segno opposto non c' è granché, tranne i preziosi contributi di Massimo
Storchi, Gianni Oliva e Mirco Dondi. Gli istituti storici della Resistenza,
su questo argomento, hanno prodotto molto poco".
Ma le testimonianze di parte fascista non rischiano di essere faziose,
devianti?
"No, non c' è questo rischio. Tutte le storie che ho raccolto in questo
libro sono assolutamente credibili. Il mio difetto è averne tralasciato
un'enorme quantità".
Tra tutte colpisce la pagina dedicata a un personaggio-simbolo, Arrigo
Boldrini, presidente dell'Anpi. Lei definisce i suoi uomini "eroici e
spietati". Ne racconta la ferocia esercitata a Codevigo, in Veneto, contro i
fascisti ravennati.
"Boldrini è stato un grande comandante militare, intelligente e coraggioso.
Nel febbraio del 1944 ottenne una medaglia d' oro dagli inglesi. Ma a
Codevigo tutti ricordano ancora quel che accadde alla fine della guerra: gli
uomini di Bulow era meglio non trovarseli davanti, né di giorno né di
notte".
Non teme di sfigurare un'icona?
Ma no, quella era una guerra spietata. Se avessi avuto dieci anni di più, mi
sarei trovato al loro fianco".
Lei Pansa affronta anche un altro argomento tabù, il cosiddetto triangolo
della morte, i delitti commessi nel dopoguerra in Emilia da partigiani
comunisti.
"Sì, fu l'inizio d'una seconda guerra civile. Una guerra di classe che
avrebbe potuto fare da innesco a una rivoluzione comunista. Si cominciarono
ad ammazzare i preti, gli agrari, i borghesi ricchi. Il vero drammatico
problema era che nel partito di Togliatti, di Longo, di Secchia e di
Amendola, l'intero gruppo dirigente, compresi i capi locali, non fece nulla
per stroncare alla radice questa convinzione".
Ma nel Pci, su queste violenze, ci fu uno scontro molto aspro.
"Esisteva un partito deviato, all'interno del partito legale. Gruppi
clandestini che godevano dell'appoggio di non pochi dirigenti del Pci
reggiano. Finché Togliatti, nel settembre del 1946, disse basta. Di lì a
poco il vertice della federazione reggiana venne silurato. Hanno ragione
Elena Aga Rossi e Viktor Zaslavsky quando sostengono che le vendette e poi
l'epurazione miravano a indebolire un'intera classe, la borghesia, e a
sostituire il vecchio ceto dirigente con una nuova leadership in cui il Pci
fosse rappresentato".
Pansa, mi viene in mente l'obiezione mossa da un dirigente cattolico del
Cnl, Pasquale Marconi, a un bel personaggio del suo racconto, il Solitario,
che pagò con la vita la sua ansia di verità.
"Se è lecito che si faccia luce e giustizia, non è bene rimestare
continuamente tutto quello che vi può essere stato di marcio nella causa
partigiana: rischieremmo di essere ingiusti verso quello che c' è stato di
bello".
Lei non vede questo rischio, oggi?
"No, affatto. Potrei rispondere con un motto di Giancarlo Pajetta: 'La
verità è sempre rivoluzionaria'. Il marcio che pure vi fu tra le file
partigiane non cancella le pagine eroiche. E non azzera la distinzione tra
le due parti in lotta: gli uni combattevano per la libertà, gli altri al
fianco della dittatura nazifascista. Mi chiedo soltanto se i vincitori di
quella guerra non sarebbero potuti essere più clementi con l'avversario".
Un libro sui partigiani rossi lordi di sangue non rischia di essere
inopportuno in un paese guidato da un premier che elogia la benevolenza di
Mussolini?
"Ma io non sono un uomo da opportunità! Io me ne infischio. Quel che dice il
cavaliere sul regime fascista è un discorso da ubriaco. Penso che la partita
con Silvio Berlusconi vada giocata su un altro terreno, spiegando che quella
maggioranza porta il paese al disastro".
Tra i valori oggi in gioco c' è anche l'antifascismo.
"Ma il mio è un grande servizio reso all'antifascismo. Questa storia, di
morte e vendetta, la raccontiamo fino in fondo noi che veniamo da quella
parte. Gianfranco Fini non lo fa. Di Salò non vuole parlare".
I vinti di allora sono i vincitori di oggi.
"L'ho già detto, ammazzare i fascisti non è servito a niente. Anche se la
destra di oggi, ripeto, è una cosa diversa".
Pansa, non si sorprenderà se il suo libro susciterà discussione.
"Quelli della mia parte s' arrabbieranno. Ma a me piacciono i dibattiti
furibondi. Voglio continuare a scrivere libri "politicamente scorretti",
scuotere certezze acquisite. Saranno i lettori a giudicarmi. Il mio lavoro
precedente, I figli dell'aquila, protagonista un ragazzo di Salò, ha venduto
ottantamila copie, e vinto il premio Acqui Storia. Se qualcuno s' incavola,
faccia pure: io vado avanti".
 #2  
13.11.2003, 15:18
Capitano Gert
<< Claudio Pavone, che per primo ha sdoganato a sinistra il termine di
"guerra
civile", scrive che crudeli e sadici furono presenti nelle due parti in
lotta (in numero senza confronti superiore tra i repubblichini) e tuttavia
ciò che differenzia i due fronti è la diversa struttura culturale di fondo,
più adatta nel caso dei fascisti a selezionare crudeltà e sadismo. >>

Perfetto, punto e basta.
Certo, il libro di pansa potrà far fremer qualche troia ingioiellata di AN,
non avendo scritto questo nella prefazione, e sicuramente incasserà di più.
A me basta Pavone.
 #3  
13.11.2003, 15:33
ZACCHETE
Zacchete!

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Inviato via http://arianna.libero.it/usenet/
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