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 #1  
30.08.2007, 08:32
/dev/brain
Visto che se ne parla da qualche giorno..

tratto da

http://www.aprileonline.info/4399/la...ioni-nazionali

Nell'imminenza del lancio delle "nuove" indicazioni che, però, lasciano
sostanzialmente immutato l'impianto delle prececedenti, soprattutto, ma
non solo, per ciò che attiene alla formazione storica, abbiamo rivolto
alcune domande nel merito ad un autorevole esperto, il Prof. Rolando
Dondarini, Docente di Didattica della Storia all'Università di Bologna


Il 3 settembre, secondo quanto preannunciato dal Ministro della Pubblica
Istruzione Giuseppe Fioroni, sarà ufficializzata la presentazione delle
Nuove Indicazioni Nazionali per il primo ciclo e verranno distribuiti
opuscoli ai docenti nelle scuole.
Nell'imminenza del lancio di queste cosiddette "nuove" indicazioni che,
però, lasciano sostanzialmente immutato l'impianto delle prececedenti,
soprattutto, ma non solo, per ciò che attiene alla formazione storica,
per cui è conservata la stessa articolazione, basata su un unico ciclo
tra terza elementare e terza media, abbiamo rivolto alcune domande nel
merito ad un autorevole esperto, il Prof. Rolando Dondarini, Docente di
Didattica della Storia all'Università di Bologna e promotore della Festa
della Storia, che anche quest'anno si svolgerà a Bologna e provincia nel
periodo dal 13 al 21 ottobre 2007 , il quale ci ha gentilmente concesso
la seguente intervista.

Professor Dondarini, cosa pensa del curricolo di storia proposto nelle
nuove Indicazioni Nazionali?
Nonostante le ampie e articolate premesse, purtroppo sembra non
discostarsi da quello delle precedenti "indicazioni" che già tanti danni
hanno procurato a tutto il sistema formativo; e non mi riferisco certo
al fisiologico disorientamento conseguente ad ogni innovazione, ma ai
guasti che la legge del febbraio/marzo 2003 ha obiettivamente indotto.
Come quello allora prescritto, anche il curricolo delle recenti bozze
comporta la rimozione degli ultimi due millenni dagli orizzonti
formativi di una fascia scolare come quella "primaria", nella quale si
acuiscono sensibilità e interessi che rimangono indelebili. Anche questo
curricolo sembra quindi essere figlio del gravissimo e persistente
equivoco di chi confonde "curricolo verticale" o "curricolo unitario"
con un unico ciclo cronologico dell?intera storia e di quegli slogan
semplicistici e superficiali diffusi e adottati qualche decennio fa che
attribuivano i problemi della didattica della storia al "mostro a tre
teste" della ciclicità. Molti insegnanti hanno recepito tali slogan in
maniera quasi irriflessa come postulati e assiomi ideologici che
garantirebbero automaticamente un'effettiva innovazione ed efficacia;
salvo poi ricredersi di fronte ai nodi reali dell'insegnamento. In
effetti chi insegna storia sa bene che a comprometterne
l'insegnamento/apprendimento non è certo la ripetitività, ma la
passività e la mnemonicità con cui gli scolari sono costretti ad
imparare nozioni che sentono estranee ai loro interessi. Da questo punto
di vista la profonda e vera innovazione che manca totalmente anche dalle
premesse teoriche delle bozze presentate, sarebbe quella di far perno
sul presente per affrontare ogni argomento e periodo con stimoli e
motivazioni capaci di indurre ad atteggiamenti attivi e interessati.
Obiettivo della Storia non dovrebbe essere quindi come recitano le bozze
"...comprendere e spiegare il passato dell'uomo, partendo dallo studio
delle testimonianze e dei resti che il passato stesso ci ha lasciato",
bensì comprendere il presente cercandone e apprendendone motivazioni e
premesse.

Quali rischi pedagogici comporta il curricolo verticale?
I dibattiti su questi temi rischiano di essere compromessi in partenza
dalla ben nota mancanza di una tassonomia e di una terminologia
generalmente riconosciute e adottate nell'ambito delle discipline della
didattica. E' quindi preliminare intendersi su parole e definizioni che
potrebbero portare fuori strada. Immagino che in questa domanda per
"curricolo verticale" si intenda un unico ciclo cronologico, dato che in
realtà sarebbe sempre auspicabile prevedere un curricolo coerente e
unitario - e quindi in prospettiva verticale - con cui programmare
interi percorsi formativi che prevedano la successione di fasi di
insegnamento concordi, complementari e organicamente collegate. La
predisposizione di un simile curricolo non significa affatto che si
debba affrontare la storia una sola volta in tutto l'iter formativo o
nel tratto compreso tra scuola elementare e media, Adottare un unico
ciclo cronologico della storia da svolgersi tra elementari e medie
comporta automaticamente alcuni effetti palesemente negativi e
contraddittori. In primo luogo perché si vincola in maniera permanente
l'apprendimento dei diversi periodi della storia a età evolutive
obiettivamente diverse. In contraddizione con la sbandierata centralità
della persona, si trascurano così gli aspetti evolutivi e formativi
degli scolari e i loro tempi di formazione, visto che si ignorano le
fasi di sviluppo delle loro capacità di apprendimento e dei loro
interessi, presumendo che tra la terza elementare e la terza media le
attenzioni e le capacità percettive rimangano immutate. Inoltre
rimandando lo studio del Medioevo, della Storia Moderna e della Storia
Contemporanea al triennio delle scuole medie, li si priva fino ad allora
di indispensabili strumenti cognitivi, essenziali non solo per
comprendere, rispettare e tutelare il formidabile patrimonio di cui
l'Italia è custode, ma anche per indurli al confronto e al dialogo
interculturale reso necessario e indispensabile dall'inarrestabile
formazione di una società multietnica, multiculturale e multireligiosa.
In sintesi quali esiti automatici dell'adozione del curricolo che anche
le nuove bozze propongono si possono annoverare una grave ritardo e una
sottovalutazione conseguente sia nell'acquisizione della consapevolezza
e del rispetto del patrimonio storico/artistico scaturito dai periodi
storici rinviati sia un inutile rinvio delle trattazioni sulle origini e
gli sviluppi delle diverse culture di cui gli stessi scolari sono
portatori. A tali esiti se ne aggiungono altri puntualmente verificati
in questi anni di applicazione della famigerata legge 53 cioè:
- l'abbandono di una ricca varietà di esperienze didattiche innovative
condotte sia in ambito scolastico che extrascolastico, per le quali
insegnanti e operatori culturali hanno attivato ampie convergenze
multidisciplinari; in particolare in riferimento alle didattiche
museale, archivistica e bibliotecaria e agli apporti di enti e associazioni.
- le conseguenti lacune e mancanze di riferimenti per gli apprendimenti
riferiti agli aspetti storico/ambientali da un lato e globali
dall'altro, che si stavano sempre più spesso adottando come terreni di
incontro e di comune formazione per gli scolari di diversa provenienza.
- le gravi ripercussioni sui corsi di formazione per gli insegnanti
della scuola primaria, i quali, non essendo più tenuti a prepararsi su
quei periodi storici, ne eliminano lo studio dai loro curricula con le
conseguenti carenze formative e culturali. In pratica abbiamo sì dei
maestri laureati, ma che non conoscono la storia.

Professore, non crede che la composizione stessa della Commissione
incaricata di riscrivere le Indicazioni Nazionali, dalla quale sono
stati esclusi i docenti e in cui sono stati inadeguatamente
rappresentati gli esperti delle discipline, mentre erano
significativamente presenti alcuni sostenitori della riforma Moratti,
fosse già un indizio della volontà politica di procedere dall'alto con
un'operazione di revisione senza però mettere realmente in discussione
l'impianto curricolare delle indicazioni precedenti, ampiamente
contestate dal mondo della scuola e della cultura?
Il fatto grave è per l'appunto la quasi totale assenza di docenti, anche
se effettivamente appare, oltre ad una singolare presenza bolognese, una
preponderanza di figure per le quali appare scontato il sostegno delle
indicazioni della Moratti. La contraddittorietà di una simile
composizione, soprattutto rispetto ai proclami dell'attuale maggioranza
parlamentare di superamento totale delle norme precedenti, salta agli
occhi. Con ciò credo che per l'appunto si possa e si debba eccepire
sulla composizione complessiva della Commissione, mentre sulla
competenza e le volontà dei singoli componenti non mi sentirei di
discutere. Desidero insomma riconoscere che si tratta di persone
competenti e note nel campo della didattica, anche se quelle che conosco
personalmente hanno ammesso di non saperne gran ché sul tema del
curricolo complessivo e di quello di storia in particolare. E' proprio
su questi aspetti che per tutte le aree sarebbe stato indispensabile
l'apporto di docenti esperti per le varie discipline.

Non per fare processi alle intenzioni, ma nutriamo forti dubbi circa la
volontà del Ministero di porsi in ascolto della scuola reale, se è vero
che finora c'è stato un evidente deficit di trasparenza e democrazia,
come abbiamo anche denunciato in un nostro appello lanciato mesi fa. Lei
cosa pensa in proposito?
Ho partecipato ad alcuni degli appuntamenti pubblici indetti dal
Ministero per illustrare le linee guida della riforma in atto - che,
come rilevate, rischia di trasformarsi in una "conferma" - e ne ho
derivato un'analoga spiacevole sensazione di un divario evidente tra
pronunciamenti e comportamenti. C'è insomma il forte rischio che i veri
interessi del mondo della formazione e i suoi protagonisti - insegnanti
e studenti - vengano di nuovo subordinati a compromessi tra partiti e
movimenti. Se così fosse - e temo proprio che sia così - si dovrebbe
mettere in conto anche il forte divario che in termini di consapevolezza
divide gli esponenti della precedente maggioranza da quelli della nuova:
mentre i primi appaiono estremamente determinati e consapevoli dei
propri obiettivi, tra questi ultimi aleggia un confusione preoccupante.
In questi mesi ho avuto numerosi contatti - ma forzatamente fugaci data
la mia mancanza di entrature adeguate - con esponenti delle commissioni
parlamentari e con componenti dell'entourage ministeriale e
l'impressione è stata per l'appunto di una competenza vaga e
approssimativa in cui si insinuano con pieno agio sia i sostenitori dei
vecchi slogan che avrebbero voluto addirittura un solo ciclo cronologico
sia le istanze di coloro che non vogliono mutare le indicazioni morattiane.

Da molte parti si propone il ritiro delle bozze delle nuove indicazioni
nazionali e il ripristino dei Programmi Nazionali dell' 85 del 79 e del
91. Non sarebbe il caso di ripartire da lì e dalle buone pratiche
didattiche che su di essi si erano innestate, visto che le indicazioni
morattiane sono state percepite come un corpo estraneo, tant'è che ad
oggi molti insegnanti continuano a far riferimento a quei programmi
riconoscendone la validità epistemologica e didattica? Condivido
totalmente questa posizione che quasi paradossalmente, ritornando ad una
riforma passata, risparmierebbe la scuola italiana da un ulteriore passo
indietro. In effetti in tutti questi anni sia dai continui contatti che
mantengo con i docenti di ogni grado attraverso attività concrete di
didattica sia dalle dissertazioni condotte da numerosi laureandi è
apparsa evidente la persistente validità di quei Programmi. Ritengo
tuttavia che il problema di fondo - quello del rapporto tra attualità e
storia e delle conseguenti applicazioni didattiche - non sia stato
ancora affrontato in maniera adeguata. Auspico quindi che mantenendo
vivo il dibattito vi si possa approdare quanto prima.
 #2  
30.08.2007, 09:38
Maurizio Pistone
La divisione del programma di storia tra elementari (storia antica) e
medie (medievale, moderna, contemporanea) risponde al principio
fondamentale della riforma Berlinguer, cioè la creazione di un ciclo
primario unitario.

La riforma aveva incontrato forti resistenze, ed era stata abolita dalla
gestione Moratti; ma ciò derivava essenzialmente da una scelta
elettoralistica, come dimostra il fatto che parti significative della
precedente impostazione rimanevano: veniva abolito l'esame di quinta
elementare (poiché non mi risulta che sia stato abolito l'art. 33 della
Costituzione, ciò significa che la scuola elementare non è più un
"ordine" o "grado" di scuola distinto dalla scuola media), si provvedeva
all'unificazione dei programmi tra i due ex-cicli. Mancava invece
l'unificazione degli istituti, e soprattutto per personale dovente.

Risulta quindi una riforma monca e contraddittoria.

Occorre una scelta decisa: o procedere alla riforma secondo
l'ispirazione Berlinguer, unificando i due cicli, oppure rimanere alla
situazione precedente, con elementari e medie ben distinte, con
programmi in sé compiuti e coerenti.

Non voglio entrare nel merito delle due scelte, che hanno sicuramente
tutt'e due ottimi argomenti a favore. Ma la situazione attuale di
incertezza non è sostenibile.
 #3  
30.08.2007, 09:39
abba
On Thu, 30 Aug 2007 11:38:00 +0200, scrivimi (Maurizio Pistone)
wrote:

>
>Occorre una scelta decisa:


A) unificando i due cicli

B) elementari e medie ben distinte, con
>programmi in sé compiuti e coerenti.


Votiamo!

io voto B)
 #4  
30.08.2007, 18:54
GioiaMia
abba ha scritto:

> io voto B)


quoto.
 #5  
30.08.2007, 19:35
Al-Farid
<abba> ha scritto nel messaggio
news:0912
> On Thu, 30 Aug 2007 11:38:00 +0200, scrivimi (Maurizio
> Pistone)


> A) unificando i due cicli


> B) elementari e medie ben distinte, con
>>programmi in sé compiuti e coerenti.


> io voto B)


Mi associo!
 #6  
31.08.2007, 15:05
/dev/brain
> Votiamo!
> > io voto B)


per quel che vale, concordo anch'io sul punto B)


--------------------------------
Inviato via http://arianna.libero.it/usenet/
 #7  
02.09.2007, 18:08
carlocarlo
B senza alcun dubbio...

C
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